Text interview for Bùxula

a project by TerzoPaesaggio

Bùxula – Come far diventare il proprio lavoro un libro?

Il libro come terminale e forma finale del mio lavoro è conseguenza naturale e spontanea del mio stesso modo di lavorare.

Tutto nasce da una serie di esigenze relative al mio modus operandi e al tipo di obiettivi che cerco di pormi.

Il mio lavoro è basato principalmente sull’osservazione e la catalogazione di immagini o oggetti preesistenti: fotografie amatoriali, filmati, riviste ed altro. Partendo dall’interesse verso un oggetto trovato, apparentemente privo di importanza alcuna, questo viene analizzato e progressivamente contestualizzato in una più vasta ricerca visiva sull’Immagine e sulla Storia.

Fine ultimo è quello di decifrare e ricostruire determinati fatti inserendoli in reti di relazioni, comparazioni e similarità, attraverso un approccio nei confronti del documento come se questo fosse una traccia, una testimonianza di una realtà scomparsa.

Dimensione narrativa

Lavorando sempre con materiale informe ed eterogeneo come quello degli archivi e delle collezioni, della fotografia amatoriale e anonima, ho sempre vissuto il problema della forma, ovvero come dare una forma completa, compatta, unitaria ad un materiale così vasto?

È difficile, se non impossibile, far confluire questo magma in un’unica immagine o forma; spesso i miei lavori assomigliano più a dei contenitori o a display che raccolgono serie di immagini, oggetti o storie.

A tale riguardo, un aspetto essenziale del mio lavoro è poter essere in grado di far emergere l’innata qualità di alcuni documenti, spesso anche i più freddi in apparenza, di aprirci ad interpretazioni che a loro volta possono diventare storie.

Dunque, storie che già esistevano, tracce di realtà apparente che rimangono ai margini di un materiale eterogeneo e vasto che chiamiamo documenti, ma anche nuove interpretazioni e chiavi di lettura: La riflessione attorno ai diversi modi in cui queste tracce possono essere lette e queste storie raccontate è essenziale ed è ciò che da un senso a tutta la mia ricerca.

Dimensione etica

Mi sono sempre sentito “scomodo” nel mondo dell’arte sia per la mia estrazione sociale, non proprio borghese, sia per la mia educazione e la mia etica. Ma al di là di queste che si potrebbero definire ragioni personali, è evidente che ci sia una sorta di ambiguità, una criticità, attorno al valore del “prodotto” artistico, che è sovrastimato e sottostimato allo stesso tempo: sovrastimato economicamente, in quanto spesso si prende un oggetto di scarso valore “materiale” e lo si fa diventare un oggetto di lusso, e allo stesso tempo sottostimato nei contenuti in quanto si prende un messaggio che è, o dovrebbe essere universale (con tutte le sfumature che un panorama vasto come quello dell’arte contemporanea ci offre) e lo si rinchiude in uno spazio delimitato come un museo, una galleria, una fiera, una biennale o una collezione privata. Credo che anche il più radicale dei lavori, se finisce in uno di questi luoghi venga in qualche modo neutralizzato o perlomeno ridimensionato nella portata del suo messaggio.

I musei sono elementi chiave nella divulgazione del lavoro ad un pubblico esteso e tra tutti i luoghi dove un lavoro può finire sono certamente i più “democratici” e aperti a tutti, ma questo non basta. Alla fine anche i musei sono, per usare un termine duro, dei ghetti, delle specie di zoo dove portare i propri figli a vedere curiosi oggetti di lusso.

Nonostante ciò credo ancora in una funzione sociale dell’arte che vada al di la della semplice produzione di oggetti di lusso, ma come uscire da questa condizione? Come uscire da questo ghetto dorato che è il mondo dell’arte?

Quello che stiamo cercando di fare con Discipula è creare uno strumento di divulgazione, uno spazio alternativo che si aggiunga gli spazi classici e istituzionali senza esserne subalterno. Un oggetto semplice da comprendere nella sua forma e molto ma molto più economico rispetto ad un'”opera d’arte” ma non per questo meno importante o di minor valore rispetto ad un opera nella sua accezione più tradizionale.

Un libro dunque, ma un libro che è, a suo modo, un’opera (per quanto questo termine oggi non voglia dire assolutamente niente) e uno strumento di ricerca visiva aperto ad un pubblico vasto che solitamente non comprerebbe un lavoro.

L’insieme del mio lavoro “come” libro

Mi piace pensare a tutta la mia ricerca come ad un libro fatto di tanti capitoli che sono i vari progetti. Questo perché tutto il mio lavoro ruota intorno ad una stessa ricerca e ad una stessa storia che è la storia delle immagini nel mondo delle relazioni umane. Il punto d’incontro tra fotografia, cultura visuale e story-telling.

Alla base di tutto questo c’è ovviamente un grande amore per la carta stampata.

Credo che questo amore si riflettesse già nel mio lavoro personale, che è fatto soprattutto di carta stampata, ma con Discipula sta trovando finalmente una sua dimensione, per così dire, naturale.

Una dimensione in cui ricerca, cultura visuale, publishing, relazioni umane ed etica possano coincidere.

Discipula editions infatti non è solo una casa editrice ma una piattaforma di ricerca dedicata alla sperimentazione di diversi approcci e metodi di story-telling e all’interazione tra immagine e testo, fatto e finzione.

 

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